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Parte prima
31 Maggio
2001 – Un incontro speciale
Partenza da Malpensa alle 12,10 con volo
della TAP (la compagnia di linea portoghese) per Lisbona, con arrivo
felice e puntuale alle 14,05. Dopo i saluti e la consegna della posta alle
sorelle della missione locale, esco con Padre Fernando Rocha per una
visita alla città e una passeggiata sul lungo mare. Siamo ai primi caldi e
la spiaggia è piena di bagnanti. Prima di rientrare mi attende una
sorpresa: Padre Rocha dice di avere un pacco da consegnare ad uno studente
mozambicano. Si ferma presso un caseggiato, suona, esce una persona ed è
subito un grido ed un abbraccio incredulo: lo studente è Pedro Jona di
Majune, Niassa, marito di Helena, mia ex alunna negli anni settanta alle
magistrali. Pedro sta facendo il corso di dottorato con una borsa di
studio. Con lui ci sono i due figli Luzidia e Nelson che il papà ha
portato con sé, anche per non lasciarli di peso alla mamma, che insegna a
Maputo: fra un anno la famiglia si ricomporrà!. Sinceramente mi vien da
dire: Signore ti ringrazio perché mi hai concesso di vivere tanto da
godere di questi frutti!
1 giugno 2001 – “Sono ancora africana”
Alle 7,00 sono già seduta sull’aereo, che
parte con solo un quarto d’ora di ritardo. Accanto a me siede una coppia:
lui guineense, lei portoghese, forse al suo primo viaggio africano.
Interrogata, dice di aver paura delle bestie. Lui la rassicura: in Guinea
gli animali più feroci sono le cicale… Mi sembra esagerato. Magari non ci
fossero le zanzare, che sono veramente feroci! Nell’attesa di decollare,
sfoglio la rivista di bordo: parla specialmente di due Paesi: Etiopia e
Capo Verde. Dell’Etiopia descrive la cerimonia del caffè e di Capo Verde
ricorda che non è affatto “verde”, essendo un arcipelago dall’aspetto
lunare da quanto è arido! Ma - aggiunge l’articolista – “che fanno i Paesi
sono i popoli che li abitano e ogni paese, come ogni isola è un mondo” da
scoprire per ammirarlo, amarlo – penso io – e gioisco per l’imminente
incontro con il mondo della Guinea Bissau. Dopo pochi minuti dal decollo
costeggiamo le coste dell’Atlantico, poi ci immergiamo nel doppio azzurro
di cielo e oceano, oceano e cielo! Sono annunciate 3 ore e 55 minuti di
volo. C’è un silenzio profondo nell’aereo, che invita ad assopirsi. Dopo
due ore di viaggio, sugli schermi appare il percorso che stiamo facendo
sul mappamondo: sembra che il piccolo aereo stia cadendo fuori della
terra, tanto segue la curva con il muso puntato verso l’equatore. Fa
piuttosto freddo sull’aereo, per cui mi sono avvolta nella coperta leggera
che ci è stata data. Questo ha conciliato il pensare, il sognare, il
pregare: che il Signore mi protegga e renda fruttuoso il viaggio! Prima di
iniziare la discesa il comandante comunica che a Bissau, la capitale ci
sono 25 gradi centigradi, che sono le 10 e non le 11 come segnano i nostri
orologi e che stiamo per atterrare. Il cielo non è più limpido, sembra di
essere avvolti nel grigiore. Forse è afa. Si vedono anche nuvoloni in
lontananza, fra pochi momenti vedrò le sorelle. Non sono affatto stanca e
mi sembra impossibile d’essere in Africa, dopo sole quattro ore, abituata
come sono a farne più di dieci per toccare il Mozambico. Ma, la realtà è
questa e anticipo la gioia dell’incontro con le sorelle.
Una volta atterrate (che bello sentirsi a
terra…), l’aereo ci porta vicini all’entrata. Non ci sono altri aerei in
pista e tutto mi sembra tanto piccolo per essere un aeroporto di capitale.
Ma dimentico che la Guinea Bissau è grande solo 36.000 kmq, con un
milione di abitanti. Mentre sto per varcare la soglia dell’aereo sento un:
“Benvinda Irmã!” (Benvenuta sorella) che apre il cuore. Sorrido felice
all’uomo che mi ha salutato: non è in divisa, ma deve essere un
funzionario perché si mantiene vigile al suo posto. Noto che ha una
crocetta al collo. Si chiama Leopoldo. Mi metto in coda per passare al
controllo dei passaporti ed ecco il mio cavaliere: “Suora, dia a me, venga
avanti!” mi prende il passaporto, si avvicina al poliziotto, mostra il
passaporto, mi indica, un sorriso e: “Passi, sorella, i bagagli sono in
arrivo”. Penso: davvero siamo in Africa.
Non c’è nessuna sorella ad aspettarmi. Mi
dicono che siamo in anticipo: mai arriva puntuale l’aereo (farò
l’esperienza al ritorno!!) Passo un’oretta di attesa, senza passaporto,
senza bagagli, senza vedere nessuno dalla vetrata . Forse do segni di
nervosismo: riesco a dare uno sguardo al misterioso uomo che mi ha tolto
il passaporto e che entra ed esce da una porta all’altra. Mi guarda, esce
dall’aeroporto e dopo un po’ torna con una suora. Non è una missionaria
della Consolata, ma dimostra di conoscerla perché: “durante la guerra è
stato rifugiato presso loro a Empada, 35 giorni….” E si mette a parlare
dell’accoglienza ricevuta. Posso stare tranquilla. “Al nostro arrivo in
casa comunicherà per radio… e poi è presto”. Istintivamente guardo l’ora e
mi accorgo di aver perso il ritmo africano: 36 anni di Mozambico sono
serviti così poco!
Sono immersa in questi pensieri, quando
due braccia mi afferrano: E’ Suor Rita, mozambicana, missionaria in
Guinea… Ancora il Mozambico, ancora un abbraccio chilometrico, con
esclamazioni e grida. Eh, no, sono ancora africana! Non facciamo che
ripeterci: “Sembra di sognare!”. Mi chiede scusa: “Mi avevano detto che
l’aereo arrivava in ritardo sull’orario e allora sono andata in città a
comperare da mangiare…”. Verso mezzogiorno arrivano i bagagli e il
passaporto. Vedo che le valigie sono controllate dai doganieri. Stiamo per
avviarci per subire l’antipatica operazione, ed ecco apparire Leopoldo,
l’angelo custode dei missionari in partenza e in arrivo. Si avvicina agli
agenti, parla loro all’orecchio, un accenno ed “avanti”, via libera, siamo
in strada. Un altro incontro emozionante mi attende: il “fuoristrada”!
Istintivamente l’accarezzo e canto dentro di me: “Vecchio scarpone!….
Quanti ricordi fai rivivere tu!” Mentre ci avviamo alla città, sorpassiamo
un carro armato arrugginito, mi viene un tuffo al cuore con una
tentazione di stramaledire chi li fabbrica, chi li vende, chi li compera,
chi spara e li fa sparare. Poi mi calmo e mi consolo perché è lì immobile,
arrugginito… Dopo una sosta per il pranzo, alle 14,30 siamo in viaggio
verso Empada, la missione dove si trovano le nostre suore. Sono 300 Km
tutti da godere. Prima però occorre comperare il pane. La macchina si
ferma e Suor Rita sparisce. Ci troviamo, a mio giudizio, in periferia:
case con il tetto di lamiera, tanta gente che va e viene, macchine che
vanno e vengono sul nastro stretto di strada. Avverto subito che la
maggior parte di esse sono taxi e pulmini. Ogni tanto qualcuno si ferma,
scende qualche persona, ne salgano altre… Suor Rita non spunta, il caldo è
soffocante. Mi metto a contare. In dieci minuti sono passati un centinaio
di taxi, una ventina di pulmini e una decina di mezzi e macchine private.
Dopo una quarantina di minuti, preceduta dal profumo del pane fresco,
arriva Suor Rita e ripartiamo, ma qualcuno ci avverte che abbiamo una
gomma a terra. Occorre gonfiarla: zigzagando nel bairro (il quartiere)
arriviamo ad una baracchetta dove si aggiustano gomme e si gonfiano
pneumatici, mettendo in funzione un motore a diesel perché non c’è
elettricità. La nostra ruota supera l’esame: non è bucata, solo sgonfia.
Si può procedere. Fra uno scossone e l’altro usciamo dal bairro e, come
per incanto, ci immettiamo in una strada asfaltata, dopo aver superato un
cimitero di mezzi corazzati. Sono le 15,20 la strada è fiancheggiata di
piante di cajù o di case. Molte sono in costruzione. Sono fatte di mattoni
cotti al sole, molte hanno il tetto di paglia. Un certo numero hanno il
tetto di zinco che luccica, segno che è nuovo di zecca e questo mi
rallegra. Noto però che le case sono grandi rispetto alle case africane.
Lo faccio notare e Tomas, l’autista, mi informa che hanno sei stanze
capaci e una grande sala. La cosa mi incuriosisce, una famiglia cosa ne fa
di tante stanze? Risposta semplice: “Poligamia”, ma anche senso di
ospitalità: la casa è aperta. Dopo un’ora di viaggio, sempre su asfalto,
anche un po’ sforacchiato, appaiono i tipici villaggetti africani: capanne
rotonde, in ordine sparso attorno ad una capanna più grande che mi fa
pensare ad una “maloca” degli indios d’America: tetto molto spiovente da
sembrare chalet, e una bassa apertura come porta. Prima ancora di
interrogarlo, l’autista mi avverte: sono delle etnie Fula, allevatori
seminomadi islamizzati. Anche il paesaggio cambia e alla barriera di cajù
subentrano distese pianeggianti, la risaie dei Balanti nelle quali
pascolano a centinaia le mucca dei Fula, approfittando dell’erbetta
spuntata alle prime piogge. La semina del riso sarà verso ottobre.Imparerò
ben presto che la Guinea Bissau è un mosaico di etnie che convivono e
interagiscono mantenendo ognuno la propria identità anche in campo
agricolo e produttivo.
Intanto le ore passano, i chilometri si
susseguono, la strada non è più asfaltata e Empada, la missione della
Consolata, è vicina. Sono quasi le 20 quando ci arriviamo e posso
abbracciare Suor Emma Piera con la quale avevo condiviso il noviziato e 20
anni di Mozambico, Suor Adriana e Suor Flor Alda, colombiane. La camera
con la doccia è invitante, come pure la tavola apparecchiata, ma prima di
ogni altra cosa apro le valige e consegno la posta e quanto ho potuto
portare dall’Italia. La cena si prolunga vivacizzata dallo scambio di
notizie. E’ notte fonda quando finalmente posso godere della doccia e del
letto.
2 giugno 2001 - “Signore, se tu vuoi, io
mi fermo qui”
Mi sveglio che sta albeggiando, al canto
armonioso di tanti uccelli. Dalla cappella mi giunge l’eco dei salmi di
lode, pregati in portoghese, un ritmo che ben conosco e del quale ho
nostalgia, dopo un anno di rientro in Italia. Ho un po’ le ossa rotte, ma
sto benissimo e mi faccio trovare pronta per la colazione dove godo
nell’assaporare uno squisito mango. Nel refettorio è istallata la
ricetrasmittente. In rete ci sono tutte le missioni e parrocchie della
diocesi, praticamente di tutta la Guinea Bissau, dato che esiste una sola
diocesi. La seconda, quella di Bafatà sarà inaugurata il 19 agosto. Si
sente un continuo chiamare e rispondere in portoghese, italiano e creolo.
Notizie spicciole, comunicazioni rapide e per me, profana di geografia, il
susseguirsi di nomi topografici sconosciuti: Catiò, Buba, Mansoa…. Stiamo
per alzarci da tavola quando: “Qui Bubaque. Bubaque chiama Empada…” Sono
le nostre sorelle dell’arcipelago di Bijagò che mi danno il benvenuto e
con le quali si concorda il viaggio verso la missione: sarà martedì., 15
luglio, partenza in canoa da Bissau, 4 ore di oceano. Eppure Bubaque,
sulla cartina sembra vicina a Empada. Perché ritornare a Bissau? Domande
inutili che tengo per me. Dopo colazione le sorelle, che hanno tanti
impegni, si disperdono. La tentazione è di seguirle come un segugio, ma
prima mi raccolgo in cappella desiderosa di immergermi nel clima delle
nostre case missionarie con Gesù nel tabernacolo di legno istoriato, il
tappeto di stuoia in terra, i libri di preghiera in lingue diverse. Tutto
questo trovo, tutto questo godo, sentendomi forse solo ora veramente in
missione. Non riesco a concentrarmi molto perché fuori pullula la vita e
la voglia di vedere, sentire, comunicare è grande. Mi diverte sentir
bussare la porta e chiamare: “Irmã Rita, irmã Adriana, irmã…”, da bambini,
giovani, donne e uomini. Purtroppo non capto quelo che dicono: parlano
creolo. E allora mi afferra il desiderio di capire qualcosa di questa
lingua e lo faccio leggendo l’Ave Maria, che imparerò a fatica, recitando
il rosario la sera, sotto gli alberi. E’ vigilia di Pentecoste: stasera ci
sarà la Veglia dello Spirito Santo. Suor Emma Piera arriva in laboratorio
con mozziconi di ceroni: dice di voler fare il candelabro dalle sette
braccia, da mettere sull’altare, simbolo dei Sette doni dello Spirito
Santo! I mozziconi sono bianchi: devono diventare rossi: Sono tutti alti
pressappoco uguali, devono apparire a scala simmetrica come il candelabro
ebraico! Ci lavoriamo un bel po’ per arrivare a soddisfare le esigenze,
rivestendo ogni pezzo di carta rossa (ci accorgemmo troppo tardi che era
opaca). Dopo cena la campana della missione suona ed ecco alla spicciolata
la piccola comunità di cristiani e catecumeni radunarsi nella chiesa – una
costruzione circolare in muratura, ma con il tetto in lamiera – addobbata
con tanta cura, ceroni e candelabri inclusi, per vivere intensamente la
discesa dello Spirito Santo. Se stamattina ho goduto la serenità della
cappella missionaria in casa delle suore, nella Veglia ho vibrato per la
presenza della comunità cristiana, la sua preghiera semplice, i canti
accompagnati dal rullo del tamburo e la tensione di capire la Parola di
Dio in “altra lingua”. Si sorteggiano anche i doni e i frutti dello
Spirito. A me è toccato il dono della scienza e il frutto della fedeltà.
Provo tanta gioia nel sentirmi in missione in Africa, che mi addormento
pregando: “Signore, se tu vuoi, io mi fermo qui”.
3 giugno 2001 – Pentecoste
L’assistenza religiosa della missione di
Empada dipende dai sacerdoti della missione di Capitò, distante circa 40
km. Verso le 8 arriva un missionario del Pime (Pontificio Istituto
Missioni Estere) per celebrare con noi e per noi la Pentecoste. Durante la
messa mi veniva di tanto in tanto la tentazione di guardare in alto, per
vedere se stava per scendere “fuoco” dal tetto, ma non ci fu nessun
fenomeno straordinario. Fu un pensiero dettato dal gran caldo che fa in
Guinea Bissau dove è ordinario il calore, che come fuoco avvolge tutto e
anche se qualche acquazzone si fa vedere, non cambia niente. Anzi mi viene
detto che nel tempo di secco la temperatura è molto più alta. Meno male
che la Guinea Bissau è ricca d’acqua, essendo un ricamo di bracci di mare
e di fiumi. Nel pomeriggio salto felice sul fuoristrada: andiamo in una
comunità di villaggio, o come dicono in creolo, di “tabanca”. Guida la
macchina suor Emma Piera e con me c’è anche suor Rita e un catechista.
Cammin facendo mi si spiega che sono comunità incipienti, di primo
annuncio, senza nessun cristiano ancora. Sono comunità formate da qualche
coppia, pochi giovani, bambini. Ad un incrocio suor Emma si ferma perché
dovrebbe dare un passaggio a qualche fedele. Chiede informazioni.
Risposta: “choro”. Intuisco che si deve trattare di una cerimonia funebre
perché – choro – significa pianto in portoghese. Ma chi è morto? Nessuno:
è una commemorazione degli antenati che si svolge senza lacrime, ma con
abbondanti libagioni. Vengo a sapere che i Balanta allevano del bestiame
solo per il “choro”, ossia per sacrificarlo nel caso di morte di adulti,
gli “uomini grandi” o per la commemorazione dei medesimi. Paese che vai!
In breve, nelle due cappelle non abbiamo
trovato che tre persone e qualche bambino. Suor Emma “aggredisce” i due
responsabili della comunità di Mui: “Questa comunità morirà!”, “No suora,
finché io, Fernando, sono vivo la comunità non morirà!”. Lasciamo Suor
Rita con loro.
Stessa scena alla cappella di Kudon: un
solo fedele. Mentre la sorella parla con lui, mi diverto a esplorare il
vicinato abitato in quel momento da chiocce di pulcini, caprette,
maialetti ed anche di una mucca che circolano tranquilli, godendosi il
fresco di giganteschi e frondosi alberi: si sta di un bene! Dopo
un’oretta, stiamo per andarcene, quando l’uomo ci guarda e dice: “Ma mi
lasciate senza mangiare?”. Non capisco al volo, ma suor Emma sì: il
catecumeno vuole alimentarsi della Parola di Dio. Ha già steso la tovaglia
sull’altare, esposto il Libro Sacro. Come dire di no? E inizia la
celebrazione della Parola: “Em nome de Deus Papé – Gloria a Dio nell’alto
del Cielo ” poi … Lettura degli Atti degli Apostoli… lettura del Vangelo…
Seduti per l’omelia... Padre Nostro… Andiamo in Pace! E’ difficile non
lasciarci commuovere dalla luce degli occhi di Daniel e dei tre o quattro
bambini. E Daniel non potrà mai essere cristiano. Troppo tardi è arrivato
l’Annuncio: lui è poligamo: vive del battesimo di desiderio.
Nel viaggio di ritorno, parlando con le
sorelle, raccolgo dati interessanti quali ad esempio che sulla piccola
penisola dove si trova Empada ci sono 8 etnie: la terra appartiene ai
Biafada, le altre etnie sono ospiti. Per un “choro” possono venire uccise
anche decine e decine di mucche. Per chiamare al banchetto i villaggi
vicini si utilizza il vero tam tam africano che si ottiene con una specie
particolare di tamburo che trasmette messaggi in codice che la gente sa
“leggere”, e che in Guinea Bissau si chiama Bombolom. In occasione della
“pellegrinatio della croce”, avvenuta durante l’anno 2000, il passaggio da
un villaggio all’altro della Croce Giubilare era annunciata dal bombolom.
4 giugno 2001 – Famiglie catechiste
Prima dell’alba partiamo per Bissau, con
una sosta al catechistato: “Beato Isodoro Bakanjiia” di Bissorà dove
arriviamo verso le nove. Il catechistato è affidato ai missionari e
missionarie del PIME di Milano e, guarda caso, la prima suora che incontro
è suor Angela Casati, brianzola come me.
Non riesco a non rimanere sorpresa nel
pensare e costatare come il mondo intero sia costellato di missioni
cattoliche e di missionari che sono presenti nei climi più diversi e fra
popoli con culture a volte diametralmente opposte a quelle di origine.
Eppure sempre accoglienti, sempre felici, naturalmente in mezzo alla
gente, parlando le lingue che non sono quelle materne, operosi, amati e
ricambiati nell’amore. E sono persone normalissime, con nostalgia del
paesello, ma che non scambierebbero con quel pezzo di terra che è la
missione, magari con un clima come in Guinea Bissau: caldo umido, con
zanzare da malaria… Vien da dire: “Qui c’è davvero il dito di Dio”
All’incontro con i catechisti che
provengono da varie missioni, incontro altri missionari e missionarie:
italiani, brasiliani, peruviani, portoghesi, spagnoli, angolani a conferma
di quanto pensato prima vedendo suor Angela!
Il Catechistato, iniziato il 10 febbraio,
accoglie sei famiglie con 14 bambini. La formazione dura tre anni,
terminata la quale ogni famiglia tornerà al villaggio di origine come
famiglia catechista, con una buona formazione umana e cristiana, sia
dell’uomo che della donna. I bambini in età scolare frequentano la scuola
pubblica. E’ tempo della prima valutazione del cammino ed è per questo che
sono presenti gli educatori e i missionari che hanno inviato le famiglie.
In assemblea viene chiesto ai presenti di parlare della loro esperienza.
Un uomo dice: “Ho capito che nella nostra cultura ci sono tradizioni
errate, specialmente nel modo di considerare e trattare la donna” e un
altro “Il cammino non è facile: qui occorre assumere una responsabilità
personale e non delegare sempre gli “uomini grandi” a prendere decisioni
per noi” e una donna: “Da quando siamo al catechistato gli uomini hanno
un tratto molto più umano con noi”. Conclude un giovane uomo dicendo:
“Questo cammino è faticoso, ma noi sappiamo che senza Gesù noi non faremo
niente, mentre con Lui noi cammineremo” e il suo sguardo si fece luminoso.
Vengo a sapere che una costante della
cultura guineense è la struttura di villaggio che è molto rigida: la vita
comunitaria è favorita, ma le libertà personali sono molto limitate.
5 giugno 2001 – Mare e “maron”
Stamattina alle 7,30 con Suor Natalina,
brasiliana, siamo state al porticciolo di Bissau per caricare i nostri
bagagli sulla “canoa” che ci porterà all’isola di Bubaque. Troviamo il
molo invaso da mucchi di pesce fresco appena arrivato dal largo e
attorniato da venditori e compratori. A fatica raggiungiamo il punto dove
sta ancorata la “Nino Alves”, un barcone di 18 metri, con motore a
benzina, che viaggia senza bussola, né radio e che in Guinea chiamano
“canoa”. Dalla calca spunta un mozzo sui dodici anni che conosce la suora
e organizza la consegna degli scatoloni. La partenza è prevista alle 11,
per cui facciamo in tempo a fare qualche spesa in città, a tornare a casa,
sorseggiare un caffè e tornare al molo. La marea è bassa e il barcone è in
secca.
All’ora dell’imbarco arriviamo puntuali,
con uno di quei taxi fermati come si fa con l’autostop, condiviso con
altri passeggeri. Il mercato del pesce è finito. La canoa ondeggia
sull’alta marea. Suor Natalina, agile come una gazzella, fa un salto ed è
già sul bordo dell’imbarcazione, che dondola per l’impatto. Ho un momento
di esitazione poi anch’io scatto, ma con la tecnica di chi scavalca un
muro e mi trovo a cavalcioni della benedetta canoa. Il marinaio ci fa
segno che abbiamo il posto d’onore a prua. Non c’è altro da fare che
mettermi in piedi e raggiungere il trono camminando sul bastione della
sponda attenta a non cadere o nell’acqua o nel fondo della barca. Ce la
faccio, mi siedo al centro dell’asse trasversale sentendomi una regina.
“Se non ci sarà “maron”, dice la sorella, viaggeremo da principesse. Cosa
sia il “maron” non lo so, ma l’intuisco, deve voler dire mosso… Intanto mi
diverto a veder caricare la canoa. Stanno entrando casse di sapone, sacchi
di sale, lastre zincate, persone… La barca affonda leggermente ad ogni
carico… Finalmente arriva l’ordine di staccarsi da riva: sono le 11,15!
Siamo solo una trentina di persone, sedute a circolo sulla sponda o
accovacciate sulla merce. A poppa, in piedi, il barcaiolo dirige la “Nino
Alves” con una solennità incredibile. Accanto a lui c’è il Capitano , un
vecchio lupo di mare, da cartolina. Al centro, in bilico su un traversino,
il mozzo con un secchio comincia a estrarre acqua dal fondo della barca.
Alle mie spalle due uomini alti: sono commercianti della Costa D’Avorio.
Accanto a me una coppia isolana. Non so dove guardare: tutto mi affascina.
Bissau si allontana dalla vista, sparirà in breve tempo e ci troveremo in
alto mare. Dondoliamo sul mare calmo. Siamo avvolti da cielo, mare e sole
a picco sopra la testa. Le donne si avvolgono nei loro panni per
difendersi dal sole. Qualcuno apre l’ombrello. Ho un berettino in testa e
mi sento protetta. Ci si scambia poche parole tra vicini. Solo più avanti
comincerà un dialogo con Abubakar, l’uomo alla mia sinistra, mussulmano
che ha studiato nelle missioni cattoliche e si è specializzato in America
del Nord. E’ un tecnico di motori a diesel, bijagò, nato sull’isola. E’
triste perché il motore della centrale del ghiaccio di Bubaque è in panne
e questo blocca il commercio del pesce di tanti isolani, specialmente
mamme di famiglia. Sperano in un prestito bancario di mille dollari… Sa
tutto del mare, del tragitto e puntando il dito ora a destra, ora a
sinistra, mi indica cosa c’è oltre la barriera di mare e di cielo.
Viaggiamo da due ore. Ci si avvicina ad un faro che avverte le
imbarcazioni di stare lontani perché ci sono rocce sommerse e si entra nel
bacino dell’arcipelago. In teoria il pericolo maggiore l’abbiamo superato,
invece la canoa comincia a dondolare perché il mare si sta increspando. Di
bocca in bocca scorre la misteriosa parola: maron, maron…Suor
Natalina mi chiede se non ho paura. Affatto: mi sento tranquilla perché
vedo a poppa il barcaiolo solenne, calmo, lo sguardo fisso in avanti: mi
fido di lui. Avverto piuttosto che ho sete e fame e tranquilla mi bevo
l’acqua del termos e mangio un panino. Abubakar ci tranquillizza: non
dobbiamo avere paura perché: “i mussulmani prima di partire pregano e mai
una barca è affondata, o quasi…”. Poi, Gesù non ha sedato una tempesta?
Tutto vero e sono incredibilmente, forse incoscientemente, tranquilla. Un
vecchietto poco più in là di noi, guarda il mare, scuote la testa e
mormora. “Maledetto maron”. Calmo, il tecnico dei motori a diesel
ci dice che lui si metterà in preghiera e il mare si calmerà. Finalmente
anch’io lo imito perché la danza sul mare comincia a non piacermi più… E
il mare si placa e le isole cominciano ad essere visibili. Ecco quella è
l’isola della Galinha (gallina). Quell’altra laggiù è Bubaque, l’isola più
importante dell’arcipelago. Misura 13 km di lunghezza e due o tre di
larghezza. E’ abitata dai Bijagò, chiamati anche i pirati del mare. Oggi è
però abitata anche da altre etnie dei paesi limitrofi, specialmente dai
senegalesi e della Costa D’Avorio in cerca di nuovi commerci. Conobbe
tempi gloriosi perché era l’isola vacanziera dei portoghesi. Le altre
isole sono invece colonie penali: tutta la Guinea in fondo era una colonia
penale, l’inferno dei bianchi. Parla, parla ed eccoci arrivati al piccolo
porto di Bubaque alle 15,40! La “canoa” avanza lenta verso la spiaggia e
poi si ferma. Guardo le persone che scendono: hanno l’acqua poco sopra il
ginocchio. Pochi minuti dopo ecco arrivare il Land Rover con suor Celia e
suor Lucy Mari che per avvicinarsi al massimo all’imbarcazione, quasi
affondano nella sabbia. La loro vista mi fa vincere ogni esitazione e così
con la tecnica della salita, spiccando stavolta un piccolo salto, ma presa
al volo da due bijagò!!
Alle 18,30 partecipo alla santa messa,
nella chiesetta della parrocchia e mi sembra di sognare. Non fa molto
caldo perché spira una brezza “gostosa”, come dice la gente.
Suor
Dalmazia
Grugliasco (To) ottobre 2001
DIARIO VIAGGIO IN GUINEA BISSAU DI SUOR DALMAZIA COLOMBO
Parte Seconda
Segue 5
giugno 2001
-Alle 18,30 partecipo alla Santa Messa, nella chiesetta della parrocchia e
mi sembra di sognare. Non fa molto caldo perché spira una brezza “gostosa”,
come dice la gente.Il celebrante è Padre Marco, del PIME di Milano. Tante
volte mi sono detta, e ancor oggi lo ripeto: “Che miracolo questa Chiesa
missionaria che ti fa trovare il pane della parola di Dio, quello
dell’Eucaristia e il pane spezzato della carità nei posti più impensati
della terra – offerto da protagonisti disarmati, familiari,
appassionati... Non trovo parole, le sento dentro e non so esprimerle. Non
sono super uomini, né super donne, portano nell’accento della voce, nel
modo di camminare i segni della terra di origine, oppure sono posseduti da
un non so che li fa, parafrasando Paolo, macua con i macua, bijagò coi
bijagò, indios con gli indios!”
6 giugno 2001 – E’ una
giornata radiosa. Mi sento felice. Oggi cercherò di conoscere questo lembo
di terra guineense. Prima di uscire di casa ho un dialogo veloce con le
sorelle, mentre loro vanno e vengono e si dispongono a cominciare la loro
giornata apostolica.Il popolo com’é? E’ un popolo che ha estremo rispetto
per la natura.
- non pianta, ma neanche sradica e neppure li pota!
Semina nel sottobosco...
- la pesca è (purtroppo si deve dire, forse era...)
controllata dai capi: non si potevano pescare pesci “criança”, ossia non
adulti, né in quantità superiore al bisogno quotidiano. Se capitava una
“pesca miracolosa, occorreva ributtare a mare il surplus!
- l’allevamento di animali, galline, capretti e
anche buoi, è fatto per motivi cultuali: per sacrifici nelle cerimonie e
per i banchetti sacrali
Il sistema socio-familiare è patrilineari. Le case,
pur essendo di materiale locale, ossia di argilla secca, pali, e tetto di
fieno, sono grandi. Hanno in genere sei stanze più un salone centrale per
poter avere spazio per ospitare chi viene dalle isole lontane a fare
provviste, vendere i loro prodotti o beneficiare dei servizi, compresa la
canoa che porta a Bissau.
Ore 10,30
Stavo scrivendo questi appunti quando arriva la
notizia che P. Marco va nell’isola di Rubane, dove c’è un cantiere di
canoe. Senza un momento di esitazione sr. Celia ed io ci avviamo di corsa
verso il molo e lì troviamo una piccola imbarcazione con motore fuori
bordo che ci porta al cantiere.
Che meraviglia di cielo, di mare, di colori: pena
che il viaggio non sia durato quattro ore! Attracchiamo su una piccola
spiaggia e mi trovo davanti a qualche casa e vicino qualche donna, qualche
bambino, ma noto subito che lo stile è diverso da quello, anche solo
intravisto in questi giorni. Scopro che il cantiere è formato da
senegalesi. Nel cantiere la canoa, che servirà per visitare le Isole
dell’arcipelago ai missionari e alle missionarie, è a un buon punto.
Durante il viaggio continuo a raccogliere notizie sull’arcipelago e i suoi
abitanti dalle persone che viaggiano con me: Padre Marco, e giovani
locali. Vengo così a sapere:
- l’arcipelago ha ottanta isole delle quali 20 sono
abitate stabilmente, alcune totalmente disabitate e altre, circa trenta,
abitate stagionalmente per la coltivazione agricola. Sono tutte ubertose.
- L’evangelizzazione dell’arcipelago è iniziata nel
1951 dai Padri del PIME. E’sotto la protezione di Nostra Signora dei
Bijagos e della Beta Mafalda, una santa portoghese. I battezzati sono
circa 400. C’è una difficoltà immensa a raggiungere le isole e soprattutto
a rimanervi per un lavoro di evangelizzazione e promozione umana sia per i
disagi del trasporto sia per la sopravvivenza.
- I Bijagos vivono a piccoli gruppi nell’interno
delle isole e sono praticamente inaccessibili senza una guida locale, non
essendoci strade.
- L’unità di base, politica, economica è la
tambanca, cioè il villaggio con una media di trecento abitanti ciascuna.
Sembra che questi popoli abbiano avuto contatti
remoti con popoli etiopici, fenici, egiziani. Ogni tambanca è autonoma e
autosufficiente nelle sue attività socio – religiosa - economica. La forma
di potere è regolata dalla tradizione che assicura la sopravvivenza in
situazione di isolamento, quale si incontrano le isole non collegate al
mondo con nessun mezzo, a non essere piccole barche, vere canoe, scavate
in un albero. La famiglia è una unità semi autonoma sotto la guida
dell’anziano, a sua volta membro del consiglio di Tambanca.
- Le case di un villaggio sono poste a cerchio
attorno alla capanna sacra, affidata ad una coppia incaricata di svolgere
funzioni sacerdotali nelle cerimonie.
- Mitologicamente i Bijagos si considerano
discendenti da quattro sorelle. Ogni tambanca si considera discendente di
una delle quattro sorelle progenitrici. La discendenza è matrilineare e
attraverso questa linea si acquisiscono diritti sulla terra e
responsabilità sociali.
- La terra non è proprietà privata, ma della
Tambanca e ogni anno vi è la distribuzione dei campi secondo la necessità
delle famiglie.
- Quando un villaggio diventa troppo numeroso, un
uomo, con la sua famiglia va a fondarne un altro.
7 giugno 2001 Stamattina sono
stata a visitare la scuola di cucito organizzata da suor Natalina, una
giovane suora brasiliana qui da solo un mese. Non so se lo dissi ma le
suore a Bubaque ci sono solo da poco meno di un anno e sr. Natalina da due
mesi sì e no...
Si realizzano due turni, uno al mattino e uno al
pomeriggio e per ora si lavora solo all’uncinetto. Siamo in tempo di
vacanze. La scuola è stata iniziata quasi solo per saggiare la volontà
delle ragazze e delle donne di partecipare ad una formazione culturale più
ampia. La risposta è superiore alla aspettativa, soprattutto in vista di
un’autogestione. Infatti, responsabili della scuola sono le allieve stesse
che si suddividono i compiti, anche riguardo all’insegnamento, dato che
qualcuna già sapeva usare l’uncinetto si è incaricata di insegnare alle
altre. Il progetto futuro sarebbe quello di alfabetizzare e creare
artigiane che possano guadagnare e così migliorare le condizioni
familiari.
Nel tardo pomeriggio visitiamo l’isola e così colgo
alcune notizie su di lei.L’area di Bubaque è di 48 kmq., dei quali 18
sono pantani invasi dall’alta marea che qui ha un dislivello di sei metri.
Il clima è sub tropicale con piogge abbondantissime da maggio a novembre,
una precipitazione annuale di 1.500 millimetri circa. La temperatura nel
tempo secco ha la media dei 33 gradi centigradi e di 25 durante le piogge.
Fra dicembre e gennaio la temperatura di notte scende anche sotto gli 8
gradi e fa freddo. Lungo la strada incontriamo donne e bambini che a
gruppetti vanno o vengono portando in testa secchi piene di “ noci di
cocco”chiamati così perchè sono come grossi chicchi rossi dai quali
estraggono olio commestibile. Ogni chilometro o due, uscivamo dalla strada
principale e ci inoltravamo per un altro chilometro all’interno e lì
incontravamo il villaggio, sommerso dalle grandi piantagioni di palme.
Suor Celia che mi accompagna, è continuamente chiamata per nome da una
schiera di bambini e di donne che le fanno festa. I giovani le chiedono se
va fino all’estremità dell’isola, fino alla spiaggia: purtroppo non ci
sarà tempo perché dobbiamo ritornare per le 18 per la Messa. In un
villaggio incontriamo Luisa, una vedova con quattro figli. Secondo la
tradizione dovrebbe divenire la seconda o terza moglie del cognato. E’
cristiana e non vuole assoggettarsi a questa legge, per cui, espulsa dal
clan del marito, è tornata in quello del padre, ma come lavoratrice: in
cambio del lavoro, riceve l’alimentazione. Ce la farà a quella specie di
schiavitù? Parla piano-piano con suor Celia che le chiede di come si
sente. La osservo: sarà sulla trentina; indossa un grembiule inzaccherato
perché sta spremendo il frutto di cajù per ricavarne il succo da
consegnare in casa al padre e ai fratelli. Contemplo la bellezza serena di
questa donna che sprigiona una dignità da regina. Ad un certo punto vedo
il volto illuminarsi, diventare raggiante come quando si ha un bellissimo
segreto da comunicare, mentre mormora: “Domani riceverò la Cresima”.
Incredibile!
Alla sera durante la Messa, prego, prego (o forse
sono distratta?), perché continuano a passare davanti a me le tante cose
viste, udite, le persone conosciute e per ognuno ho un ricordo, una
preghiera, un modo, direi di amore missionario. Come starei volentieri a
lavorare in questo arcipelago! Manda operai, Signore alla tua messe.
8 giugno 2001 Di buon mattino vado
a visitare il Centro per la riabilitazione dei malnutriti dove si prodiga
suor Lucimary Tibola, brasiliana che si trova in Guinea da soli due mesi,
“imprestata”, dalla Liberia per dare la possibilità delle vacanze a suor
Norma. Il Centro si trova in una delle grandi case tradizionali, con il
tetto di zinco, il pavimento in cemento.La sorella mi spiega che in questi
mesi i bambini malnutriti, sono diminuiti, sia perché è una stagiona ricca
di frutti vitaminici, sia perché l’anno scorso era stata fatta una grande
campagna di monitoraggio di bambini sotto peso e in pericolo di
raggiungere il livello grave di malnutrizione, accompagnando tutti i casi
con assistenza domiciliare o con il ricovero. Un bambino malnutrito in
genere si ferma con la mamma o una parente all’ospedale durante 2 mesi e
piano- piano viene compensata la carenza alimentare con latte e altri
alimenti associati: in genere olio e zucchero nella prima fase. In seguito
sono educati a riprendere l’alimentazione normale usando i prodotti
locali, ma in modo razionale. Per questo i centri nutrizionali esigono
sempre la presenza della mamma o di chi ne fa le veci (spesso si tratta di
bambini orfani), per un’educazione sanitaria e alimentare.
Non posso negare che il trovarmi in un
“ospedaletto” mi fa venire le lacrime al cuore perché penso ai miei anni
di Mozambico, negli ospedaletti rurali e una “saudade” (nostalgia) immensa
mi afferra: mi conceda il Signore di tornare ad essere infermiera,
nonostante i miei 65 anni passati! Nel tardo pomeriggio sono stata con
Sr. Celia al mare, alla spiaggia, e non l’ ho trovato! Vi era bassa marea
e allora, addio acqua, era lontana chilometri. Intanto abbiamo passeggiato
contemplando la natura stupenda del lungo mare. Suor Celia di tanto in
tanto, guardava lontano e diceva di veder i delfini saltare sull’acqua, ma
la mia vista non vedeva che acqua e qualche spruzzo!
9 giugno 2001 Vigilia della festa
della Trinità. Oggi c’è una certa aspettativa nell’isola: dovrebbe
arrivare la nave, o grosso battello, anziché la canoa. Sono attesi molti
visitatori, il più illustre il Vicario Vescovile per amministrare la
Cresima. Verso le 11 la notizia che cancella le speranze: la nave è andata
in un’altra isola e il Vicario Episcopale non ha potuto venire
(malignamente si dice: ha avuto paura di venire con la canoa!), ma ha
mandato “la delega” affinché il Parroco, Padre Paolo Pifferi amministri le
Cresime! La gente è abituata a questo e non ci fa tanto caso! Io un po’
meno: speravo in fondo di viaggiare domani con la nave e non con la canoa,
ma pazienza. Durante la mattinata ha piovuto, è caduta una pioggia fine,
regolare, continua e solo verso mezzogiorno è tornato il sole. Nel
pomeriggio altre novità: stanno arrivando molte canoe con i parenti dei
cresimandi. Una notizia rallegra tutti: fra gli ospiti vi è il musico
cantante compositore, mi sfugge il nome, nativo di Bubaque: sarà una bella
festa, dice la gente. Intanto gli alto parlanti diffondono musica sacra...
Alle 17 inizia la Messa Cresimale. La chiesa è strapiena fin dalle 16,30,
quando per miracolo ho trovato un posto a sedere. I cresimandi sono una
trentina e vanno dai 14 ai 35 anni. Tutti sono elegantissimi, anche gli
inviti, molti arrivano dalla città. Una ragazzina cresimanda è vestita da
suora; una giovane sembra in abito da sera. Luisa, la vedova di cui
parlai, ha un vestito ordinato, semplice. Passandomi accanto mi vede e mi
sorride in modo luminoso. Tutte si sono sbizzarrite nella pettinatura
sofisticata. I ragazzi sono anche eleganti, in cravatta. All’inizio della
celebrazione Padre Paolo ricorda che oggi lo Spirito Santo non scenderà
solo sui cresimandi, per cui tutta la comunità deve essere aperta a
ricevere il dono. Poi ricorda con commozione che 17 anni fa era stato
ordinato sacerdote a Milano dal Cardinal Martini che anche oggi stava
ordinando nel Duomo i novelli sacerdoti del 2001! Aggiunge che sta
celebrando con lo stesso calice e gli stessi paramenti della sua prima
messa. Si crea davvero un clima di alta partecipazione: davvero sembra di
sentire lo Spirito Santo aleggiare impaziente per entrare nei nostri
cuori.
Dopo l’introduzione il coro inizia un canto: mi
delude perché è un cantare “normale”. Forse c’è stata dell’esagerazione
nel descrivermi le doti del maestro compositore che intravedo, e che trovo
per niente “un gran maestro” dall’aspetto: è un giovane fra i giovani.
Stavo ancora borbottando dentro di me quando la corale attacca il Gloria,
in lingua bijagò. Dopo le prime note esplode il canto, a più voci e
improvvisamente mi sono sentita come in Paradiso. Penso davvero che solo
lassù si può cantare così. L’emozione si ripete al Santus. Ma perché non
ho portato il registratore!! Nell’omelia padre Marco fece notare che lo
Spirito Santo al prendere possesso di noi ci rende adulti, responsabili,
testimoni nella realtà quotidiana nel nostro essere cristiani. Si sentiva
che faceva il parallelo con la cerimonia tradizionale, il Fanado che rende
adulti. Penso che la gente percepisce più di noi “il dimorare dello
Spirito nell’anima”, più di noi occidentali, perché fa parte della
cultura, il divenire abitazione dello spirito attraverso la cerimonia
tradizionale inclusa nel processo di investitura dell’essere dichiarati
adulti. Ho trovato una novità bellissima anche nel rinnovo delle promesse
battesimali dove i cresimandi, dopo aver rinnovato la fede e la rinuncia
al male, dichiaravano di impegnarsi a crescere nello studio delle verità
di fede, contrarre il matrimonio secondo le regole della Chiesa cattolica,
rispondere alla vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata qualora
sentisse la chiamata di Dio e impegnarsi, secondo le proprie possibilità
all’evangelizzazione come catechisti o in altra forma tenendo presente
anche il contributo economico per aiutare i poveri, che non mancano in
mezzo a noi. Nel saluto finale il padre ricorda le parole di Gesù scritte
anche sulla parete: “Bò fica na mim”, (rimanete in me): che lo Spirito
possa sempre trovare spazio in noi.
10 giugno 2001 Festa della
Santissima Trinità. A dire il vero ho dormito male fino alle 3 del
mattino, perché attendevo il temporale che mi avrebbe assicurato secondo
gli esperti, un viaggio di ritorno al continente senza “maron”, ossia
senza mare mosso o in burrasca perché, dopo un temporale per alcune ore il
mare è tranquillo. Quando verso le 3 si scatenò mi addormentai
profondamente a dispetto dei tuoni e dei lampi, più graditi che una dolce
nenia. Corse voce che non ci sarebbe stata nessuna canoa per Bissau,
perché oggi arriva il Presidente della Repubblica Koumba Yala e si vuole
che tutti stiano ad accoglierlo. Invece all’uscita della Messa apprendiamo
che il porto non è chiuso e che c’è una grossa canoa che parte alle 10,
con imbarco alle 9. Il tempo stringe e non ho neppure il tempo per pensare
alla pena di lasciare Bubaque; sarei rimasta volentieri a lavorare per
rafforzare la comunità delle suore e così poter spingerci sulle isole più
lontane che sono una spina nel cuore delle missionarie. Alle 9 siamo nel
porticciolo. Mi accompagnerà ancora suor Natalina perché non si fida a
lasciarmi andare da sola. Il cielo è limpidissimo, il mare sembra un lago
tanto è piatto. Al porto troviamo una grossa canoa l’Até Amanha che
significa: “ a domani”, “arrivederci”! E Speriamo davvero! E’ molto più
grossa della Domingo Alves con cui sono venuta. Dicono che abbia la
portata di 25 tonnellate, due motori e la radio: un lusso. Al nostro
arrivo già molta gente è già imbarcata. Nella fila di attesa ci sono
uomini, donne, bambini, due missionarie, porcellini, caprette, galline,
cesti di pesce e di non so cos’altro! La marea è già alta, occorre fare in
fretta. Si sale sulla barca attraverso una scala. Salite, troviamo a
fatica un posto sulla sponda. Il posto è scomodo perché l’asse su cui ci
sediamo è alto e occorre stare con le gambe a penzoloni o in piedi: ma
sono solo quattro ore di viaggio, “Se Deus quiser”, se Dio vuole, dice la
gente: e lo voglia il cielo, prego io. Quante persone entrarono in quella
barca, solo Dio lo sà: almeno 150/200, senza contare i quadrupedi e le
immense ceste di pesce. Ai miei piedi, nella stiva ci sono ceste di pesce
e la proprietaria difende quel pesce come una belva per impedire che
qualcuno ci passi sopra! E’ il pane dei suoi bambini! Molti dei presenti
sono i cittadini che tornano a Bissau dopo la festa della Cresima; ognuno
ha un piccolo bottino di pesce, il cui prezzo è molto inferiore nell’isola
che in continente. Alle 10 in punta la barca si stacca dal molo e scivola
lenta e maestosa sul mare: molti fanno il segno della croce. La traversata
è stata senza emozioni, senza maron, solo un sole splendido che mi ha
abbronzata. Dopo quattro ore esatte arriviamo a Bissau.
Il scendere dalla canoa si fa con un balzo per
raggiungere la fiancata obliqua, ma quasi verticale dell’argine, mentre la
barca dondolava con il pericolo di un bagno fuori posto, mi ha fatto
venire un brivido, ma o salti o resti in mare e allora via, e ce l’ho
fatta! Di nuovo a terra, non c’è nessuno ad attenderci: occorre prendere
il taxi. Il primo che ci viene a tiro è tanto malconcio che mi sembra
impossibile possa andare. Suor Natalina esita, ma dico che forse è più
sicuro di altri... Saliamo, dopo dieci metri siamo a piedi! Niente paura,
un ragazzo che riconosce la suora ce ne procura subito un altro e via.
Pochi minuti e siamo nella camera messa a nostra disposizione dalle
sorelle Suor Emma Piera e Suor Adriana , che ci ricevano con sorpresa
perchè era stato assicurato che le prime imbarcazioni da Bubaque
sarebbero arrivate alle 17 mentre sono le 14,30.
11 giugno 2001
Nel pomeriggio ci avviamo verso Empada. Viene con noi anche Suor Natalina
ed è stata una immensa felicità per le sorelle, Sr. Rita e Sr. Floralda
ricevere una così bella famiglia. Le sorelle delle due comunità si
incontrano di rado per le distanze, che sulla carta geografica sembrano
corte, in realtà, per la mancanza di mezzi diretti, sono immense.
12 giugno 2001
La giornata è trascorsa senza novità. Le sorelle sono state impegnate
nelle loro attività ed io ho occupato il tempo a leggere libri e riviste
che parlano della Guinea e del suo popolo, delle tante e diverse etnie e i
loro costumi.
13 giugno 2001
Oggi ho visitato il villaggio. Siamo andati al mercato, a visitare
l’ospedale, le scuole: tutto tanto povero!! Ma la gente ci salutava
felice. Sono entrata anche in diverse case, accolta con tanta gentilezza
dalle donne, con un po’ di paura dai piccoli. Ho scattato diverse foto e
queste parlano meglio delle parole!
14 giugno 2001
La missione di Empada è localizzata in un villaggio prevalentemente
mussulmano. Fra le sorelle e i mussulmani vi sono buoni rapporti e
dialogo. Oggi ho fatto conoscenza con il maestro di corano Abdullah Conde:
un uomo alto, magro e distinto. Non parla portoghese, ma ci intendiamo
parlando adagio adagio, lui il creolo, io il portoghese. Gli dico che
rispetto molto la loro religione e che fui insegnante di mussulmanesimo
nel seminario per sacerdoti cattolici. Si mostra felice e mi spiega che
dopodomani ci sarà la chiusura della scuola coranica che egli dirige per
bambini e bambine e che sono invitata a partecipare, accetto volentieri.
Davanti alla missione abita una famiglia mussulmana. Regolarmente, più
volte al giorno vedo apparire l’uomo che depone un piccolo tappeto in
terra e si piega a pregare e ogni volta mi unisco a loro. Strano non suona
il mezzuin, come accadeva in Mozambico e sono sicura che quel richiamo ad
elevarsi a Dio faceva del bene anche a noi cristiani, non solo ai
mussulmani perchè viene istintivo rivolgere il pensiero a Dio, udendo
l’invito alla preghiera.
16 giugno 2001
Scuola coranica. Ho partecipato alla festa della chiusura della scuola
coranica. La cerimonia si svolge sotto due grandissimi mangos che fanno
un’ombra meravigliosa. In realtà non si tratta di una semplice chiusura o
consegna dei diplomi: gli studenti devono superare l’esame pubblico!!
Questo consiste nella declamazione di un versetto del corano in lingua
araba, al microfono, seguito dall’interpretazione in lingua creola. Gli
studenti sono una cinquantina e fra loro ci sono ragazzini e ragazzine sui
dieci, dodici anni e ragazzi e ragazze ultra ventenni. Mi viene spiegato
che per causa della guerra e altri eventi la scuola era stata sospesa per
qualche anno, per cui ci sono queste differenze di età. La giuria è
composta dal maestro Abdullà e da altri mualimo, maestri di villaggio,
come li chiamiamo in Mozambico, e dal rappresentante regionale dei
mussulmani. Prima di cominciare vengo presentata insieme a suor Floralda
che mi ha accompagnato e tutti si dicono contenti della presenza della
chiesa cattolica a questo avvenimento, perchè tutti siamo figli di Dio e
dobbiamo amarci, dialogare, aiutarci. Il rappresentante regionale
raccomanda di prendere esempio dai cattolici frequentando non solo la
scuola di religione, ma anche quella civile per imparare a vivere nel
mondo d’oggi e divenire cittadini capaci di far progredire la vita
personale e del paese. Nei momenti in cui nessuno parla gli studenti
cantano scambiando felici il microfono. Sono vestiti a festa: le ragazze
lievemente velate, i ragazzi con la tipica veste mussulmana e il fez in
testa. Il circolo attorno ai festeggiati si allarga: sono parenti e vicini
che assistono all’esame e alla investitura. Dopo, saluti, presentazioni,
attese, finalmente si comincia. La prima ad afferrare il microfono è Zenac,
una quindicenne che fra il timido e il coraggioso afferra il microfono e
con una bellissima voce canta il versetto. Segue l’interpretazione e qui
si inciampa un po’, incoraggiata dal maestro continua. Attorno un profondo
silenzio a cui segue un fragoroso battimano quando la ragazza termina. Un
momento di silenzio, la giuria si consulta e da il voto: promossa. Allora
esplode la gioia: parenti e amici si fanno avanti e le mettono in mano e
nelle tasche dei soldini, parte a lei, parte sul tavolo della giuria...questo
sarà per pagare il maestro e le spese!! E così si continua: Amina è una
bimba alta un soldo di cacio; Selemani non la supera di molto; Bonar
invece è un giovanottone, ex soldato sembra che gli costi un po’ trovarsi
in quell’assemblea. Arriva con le mani in tasca, camicia slacciata,
spavaldo, ma ha molti fans che lo incoraggiano. Ad un certo momento si
ricompone, chiude gli occhi e comincia a cantare e sembra assorbito
nell’invisibile. Quando ritorna in sé, si rende conto d’essere mal
conciato e si aggiusta, fra gli applausi dei presenti. Fatima si è
commossa. Cantò il corano avvolgendo bene la sua testolina nel velo, ma
con lo sguardo al cielo. La mamma le si avvicina, l’incoraggia: finalmente
arriva alla fine e allora si scopre e mostra il suo bellissimo viso! Una
cosa bella ho visto: nessuno ha umiliato nessuno. Il clima dell’esame era
di festa. Quando qualcuno inceppava, il maestro parlava all’orecchio dello
studente e questo ripartiva dimostrando che sapeva e che era l’emozione a
frenarlo. Solo un caso suscitò molti dubbi e la giuria tardò a dire:
promosso!
16 giugno 2001
Oggi è sabato. Durante l’anno scolastico la missione si riempie di bambini
e adulti per il catechismo. Ora siamo durante le vacanze, per cui le
“sale” rimangono vuote, mentre il cortile echeggia di bambini e ragazzi
che giocano al pallone. Ho messo “sale” tra parentesi, perchè sono formate
da un muretto circolare o quadrato, attorno a ciascuno dei tanti alberi
della spianata della missione. E’ una cosa interessantissima. Ogni sala
ha la capienza di una ventina di persone che siedono sul muretto. Il
tronco dell’albero serve per appendervi i cartelloni didattici. La
distanza fra una classe e l’altra è buona, così non ci si intralcia.
Durante la settimana, alla sera, anche ora che siamo in vacanza, un gruppo
di fedeli si riunisce per il rosario godendo anche di un po’ di
refrigerio. A quell’ora in genere si sta preparando un temporalone che
finisce sempre per far scappare la gente, a volte per niente!
17 giugno 2001
E’ domenica. La chiesa si riempie di cristiani e di catecumeni e di
bambini: sempre tanti, tanti. Tutti cantano con tanto fervore al ritmo dei
tamburi ed altri strumenti di percussione, aiutandoci a dimenticare il
caldo che implacabile filtra dal tetto di zinco della chiesa circolare. La
macchina ha dovuto essere messa in garage dal meccanico, a Bissau per cui
non possiamo andare nelle comunità. Approfitto per parlare con la gente e
sapere notizie sul popolo, sulle abitudini della gente. Interessante: ogni
volta si sgrana come un rosario. Se chiedi quali sono le fonti economiche
della gente rispondono: la coltivazione diversa secondo le diverse etnie.
-
i Manjaco coltivano il fagiolo;
-
i Bijagos e i Pepeis, arachidi e olio di palma;
-
i Biafada riso e castagna di cajù
- i
Balanta si alimentano di mandioca e coltivano riso da vendere...
-
i Fula sono allevatori..
Oggi è cominciata la novena della Consolata. Ogni
giorno è proposta una sfaccettatura della consolazione. Consolare è
dialogare, è sorridere, è soccorrere, è perdonare... A sera la chiesetta
si riempie di cristiani e simpatizzanti, ed è sempre commovente sentire
come nelle preghiere spontanee la gente preghi per il mondo intero, non
lasciando nessuna sofferenza senza invocazione, impegnandosi a divenire
strumenti di consolazione, dialogando, sorridendo, aiutando, perdonando...
Grugliasco (To) gennaio 2002
DIARIO DEL VIAGGIO IN GUINEA BISSAU DI
SUOR DALMAZIA COLOMBO
Parte terza
18 giugno 2001 – “Qualcosa si
può fare!”
Oggi ho visitato il Centro di Formazione della Donna, a Empada. Non vi
sono
alunne perché sono in ferie. All'entrata mi ha sorpreso una frase “DJITU
TEM”. Veramente in questi giorni avevo sentito spesso dire dalla gente "Djitu
ca tem", che significa: inutile, non c'é niente da fare", pronunciato con
un senso di
demoralizzazione che ti spezza l'anima. Stavolta invece la frase è
positiva: “Djitu tem” significa: "Qualcosa si può fare, c'è soluzione"!
Suor Emma Piera che mi accompagna, nota la mia perplessità e dice: "E'
questa la sfida di questo centro di formazione umana e professionale: "Djito
tem", c'è speranza nella vita, e anche per la Guinea Bissau, per la Donna
della Guinea, sia essa bijagò o balanta. L'importante sta
nel non lasciarsi
cadere le braccia, lottare, diventare protagoniste del futuro".
Guardo suor Emma e mormoro: "Davvero non sei cambiata dagli anni del
noviziato, e la settantina in arrivo non ti toglie la grinta, anzi la
trasmetti. Si, "Djitu tem", con te, con voi sorelle al fianco.
Così mentre visitiamo l'ambiente dove ci sono le sale di cucito, di
alfabetizzazione dove le donne scoprono la gioia dei primi punti, dello
scrivere il proprio nome. Una forma per dare speranza alla gente è quella
di acquistare i prodotti, specialmente la castagna di cajù al
momento del raccolto o quando una famiglia è nel bisogno senza aspettare
le giornate del mercato, quando i
commercianti le comprano in quantità. "Con questo sistema, aggiunge,
abbiamo già tanti sacchi pronti per la giornata del mercato: certo non è
un affare, anzi ci perderemo perché le abbiamo acquistate dalla gente
bisognosa a un prezzo ben superiore di quello offerto dai negozianti
quest'anno" e, senza accorgersi mormora: "Djitu ca tem!", ci sarà miseria
quest'anno se il prezzo della castagna non si alza,
tanta gente soffrirà la fame". Vengo a sapere che c'é in atto un braccio
di ferro, fra i produttori, il Governo e i commercianti per il basso
prezzo della castagna. I coltivatori resistono, non vendono il prodotto ai
commercianti, sperando nell'aumento
del prezzo. Chi la vincerà, il povero o la globalizzazione, a cui si
attribuisce il disastro?
19 giugno 2001 – Giochi africani
Oggi siamo andate a Mui, il villaggio dove oggi ci dovrebbe essere la
festa
per il rientro degli uomini dal fanado, la cerimonia che rende
adulti,
direi "anziani" del villaggio, dato che non si tratta di adolescenti o
giovani, ma di uomini sposati, scelti per formare il consiglio del
villaggio: gli uomini che contano nella gestione della grande famiglia, e
della cosa pubblica.
Arrivate a Mui, notiamo che non c'é affatto aria di festa e temiamo di
esserci ingannate sulla data. Sulla data, no, ma sull'ora sì: i
festeggiamenti cominceranno molto più tardi, quando scenderà la sera.Veniamo
però a sapere che gli iniziati si trovano già nel villaggio, anche se
ancora in isolamento. Sr Emma Piera parla con il capo e lo convince ad
anticipare l'uscita dal ritiro, durato mesi, dei neo "anziani" e di
permetterci di parlare con Carlito, il catecumeno. Il capo tentenna, poi,
dopo aver consultato altri "uomini grandi", promette di anticipare i
festeggiamenti.
La voce corre veloce. In breve tempo arrivano alla spicciolata le mogli
dei
candidati, ognuna con un codazzo di parenti, i vestiti e materiale di
toeletta per i mariti. A noi intanto è permesso di raggiungere, scortate
dal
capo e dagli uomini grandi, il luogo interdetto. Sinceramente mi prende un
colpo: davanti a noi, seduti uno accanto all'altro, in perfetto silenzio,
avvolti in un lenzuolo che doveva essere bianco, una volta, ci accoglie
una ventina di
uomini. Stento a crederlo: sembrano donne con il burqua. Nessuno
parla, nessuno fa
un cenno. Suor Emma Piera comincia a chiamare Carlito e finalmente,
Carlito
scopre il volto e ci sorride e parla con suor Emma che lo guarda incredula
e
addolorata vedendolo magro, scavato in viso, solo occhi...
Con un senso di sollievo torno in zona profana e comincio a familiarizzare
con i bambini che sono ormai decine e decine. Fa tanto caldo, ma non
resisto
alla tentazione di giocare con loro, il gioco che ha sempre funzionato con
i
bambini mozambicani, qualunque lingua parlassero. Si tratta del
girotondo, movendosi a passo di danza, o di ginnastica, cantando in
ripetizione, uno, due tre ... fino a dieci. Anche stavolta ho successo, ma
presto mi sento stanca e disidratata. allora cambio con qualche gioco più
calmo, finché scopro in terra un pezzo di
carta: è la pagina di un libro. La prendo e mi metto a fare una barchetta
sotto gli occhi meravigliati dei ragazzi, vestiti poco più che in costume
adamitico. In breve tempo, non so da dove spuntano pezzi di carta, anche
di
sillabari... tutti trasformati in graziose barchette! Il tempo passa, gli
uomini grandi tergiversano: non ci sarà uscita anticipata, naturalmente, è
troppo forte il tabù da violare.
20 giugno 2001 - Festa della Consolata
Qui nella missione di Empada la festa sarà celebrata domenica, 24 come
festa patronale. In comunità la viviamo in unione alla grande famiglia dei
missionari e delle missionarie sparsi in tutto il mondo. Ho in programma
di fare delle
interviste e di prendere appunti da libri che non posso portare con me e
che non sono più in commercio. Per lavorare meglio vado in sala e la trovo
invasa da candele, colla, carta, fiaccole realizzate con la carta di
giornale. Ma allora è un vizio quello di riciclare libri e giornali! Ma
non c'é niente da fare, se si vuole che domenica ci sia la processione con
le fiaccole occorre darsi da fare. Ormai ho la valigia pronta per tornare:
mi piange il cuore. Sarei rimasta volentieri fra questo popolo, godendo
nell'imparare anche la lingua creola, che mi piace un mondo per
l'originalità delle espressioni che hanno una semplicità disarmante e
acuta insieme!
21 Giugno 2001 - Una capitale senza libreria!!
Di buon mattino lascio Empada accompagnata da Suor Adriana. Lungo il
tragitto incrociamo dei grossi camion. Mi accorgo che l'autista li guarda
con disappunto rabbia repressa: sono i compratori della castagna cajù:
ancora una volta i poveri hanno dovuto cedere vendendo il frutto del loro
lavoro per un prezzo irrisorio. Guardo quel volto irrigidito e rassegnato
e provo tanta amarezza!
Una telefonata dalla Liberia ci aveva comunicato che a Bissau giungerà -
aerei permettendo - la superiora Regionale di Liberia e Guinea Bissau,
suor
Maria Innocencia che rimarrà qualche mese a Bubaque per permettere a Suor
Natalina - che si trova in Guinea da poco tempo - di frequentare un corso
di
lingua locale e di inculturazione della missione. Con immensa gioia, al
nostro arrivo a Bissau, un po' stanche e accaldate troviamo la casa
aperta, e un profumino: sr Innocencia era arrivata e aveva preparato il
pranzo! Ci abbracciammo con tanto affetto felici di poter passare una
giornata insieme.
Appena ristorate e riposate andiamo in città a fare qualche compera. Suor
Innocencia era stata a Guinea Bissau anni fa, e si rallegra nel vedere dei
miglioramenti, specialmente dal punto di vista commerciale. Il mercato
pullula di gente e di merci, e ci sono anche dei supermercati: segno che
il cammino della democrazia comincia a portare qualche frutto, anche se,
inevitabilmente con il sistema capitalista si formano le classi: c'è chi
si arricchisce in fretta e chi, anche se lavorando, non ce la fa, perché
le paghe sono da miseria.
Andiamo a vedere un Centro Catechistico, un po' fuori città. Tutto é
immerso
in un gran silenzio: è tempo di vacanze per cui non ci sono studenti, né
gruppi. Visitiamo la chiesa e rimango incantata davanti alle pitture, in
stile africano che illustrano tra l'altro, l'andata a Cristo di tutte le
etnie della Guinea, ognuna con i suoi simboli. Nel ritorno passiamo
accanto a una piantagione di cocchi nel cui sottobosco
pullulano bellissimi fiori rossi, "palle di neve" scarlatte. Non resisto e
faccio fermare la macchina per fotografarle. Arrivate in città cominciamo
a dare la "caccia" a una libreria. Voglio comperare libri che parlino
della Guinea. Ci indicano un negozio: è una cartoleria, e non ha libri.
Poi un altro: stessa trovata: miseri quaderni, qualche biro e matita
colorata, neppure cartoline panoramiche del paese!!
L'unico posto per trovare qualche libro é il supermercato: infatti lo
scoviamo e almeno posso comperare qualche testo. Una capitale senza
libreria!!
Visitiamo anche la Scuola di artigianato della Diocesi e faccio alcuni
acquisti: statuine in legno di giovani artisti. Sono ormai le 19: entriamo
in un chiesetta dove un gruppo di adolescenti recita il Rosario, finito il
quale celebra la messa un sacerdote guineese, molto vivace nella predica,
che capisco più dai gesti e dalle reazioni dei
giovani, che dalle parole perché, per la mia poca conoscenza della lingua,
parla troppo veloce! Rientriamo, accaldate, ma felici che é già buio. Nel
cortile un gruppo di studenti, sotto un lampione stanno studiando: sono
universitari dell'unica facoltà che esiste in Guinea Bissau; quella di
giurisprudenza. Mi avvicino, li saluto, mi presento come ex insegnante in
una facoltà di diritto in Mozambico. Facciamo subito amicizia con lo
scambio di notizie fra i due Paesi e l'invito a rimanere a Bissau ed
insegnare anche a loro etica sociale e deontologia, materie che non hanno
e desidererebbero tanto conoscere per diventare professionisti onesti e
far diventare la Guinea Bissau un’autentica “nazione di diritto” dopo
tante, troppe dittature.
22 Giugno 2001 – Il presidente è in ritardo
E’ il giorno del ritorno in Italia: alle 8, 30 siamo già in aeroporto. Il
volo dovrebbe
essere alle 10,30, ma non ce n’è traccia. Tuttavia, il volo non può essere
cancellato, perché con noi deve viaggiare il Presidente della Repubblica,
come puntualmente avviene. Si parte quindi alle 14. L'aereo fa una sosta a
Cabo Verde. Guardando dall'oblò ci si presenta un paesaggio lunare: sapevo
che a Capo Verde la siccità é di casa, ma quanto vedo é allucinate: le
isole, lievemente ondulate sembrano teste calve!! Troviamo l'aeroporto
pieno di italiani: sono turisti entusiasti per l'esperienza del mare
limpidissimo e spiagge incontaminate, sia per la religiosità squisita del
popolo.
23 Giugno 2001 – In Italia non fa caldo
Con i regolari... ritardi, dopo una notte passata a Lisbona, arrivo a
Malpensa, con il sole che sta per tramontare. Penso con nostalgia alla
Guinea
Bissau, al suo caldo e giuro a me stessa che non dirò mai più che sia in
Italia, sia in Mozambico fa caldo!
Suor Dalmazia Colombo
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